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Voci perdute: il silenzio dei dialetti e ciò che porta via con sé

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Voci perdute: il silenzio dei dialetti e ciò che porta via con sé

Photo: Sebastiano del Piombo, Public domain, via Wikimedia Commons

C'è una parola in veneziano, sbraita, che non ha un equivalente preciso in italiano standard. Non è solo «urlare», non è solo «lamentarsi». È qualcosa di più viscerale, colorito, quasi teatrale. Chi è cresciuto a Venezia o in Veneto sa esattamente di cosa si parla. Chi non lo è, può solo immaginare.

Ecco il problema. O forse, il punto di partenza.

Una lingua che si assottiglia

Secondo i dati più recenti dell'ISTAT, meno del 10% degli italiani sotto i trent'anni usa il dialetto come lingua principale in casa. Un dato che fa riflettere, soprattutto se si considera che fino agli anni Sessanta il dialetto era, per molte famiglie, l'unica lingua davvero parlata. L'italiano standard era la lingua della scuola, della burocrazia, della televisione. Il dialetto era la lingua della vita.

Oggi la situazione si è capovolta. E con essa, si sta capovolgendo anche qualcosa di più sottile: la capacità di nominare il mondo con parole che nascono da un luogo specifico, da un clima, da una storia.

"Il dialetto non è una versione impoverita dell'italiano," spiega la professoressa Giuliana Ferretti, linguista all'Università di Bologna che da vent'anni studia le parlate emiliane. "È un sistema linguistico autonomo, con una grammatica propria, una fonologia propria, e soprattutto una visione del mondo propria. Quando perdiamo un dialetto, non perdiamo solo delle parole. Perdiamo un modo di vedere."

Parole che non si traducono

Prendiamo il siciliano. C'è un termine, abbivirari, che significa abbeverare, ma anche, in senso figurato, dare conforto a qualcuno che soffre. Una parola che contiene dentro di sé un'intera filosofia dell'ospitalità e della cura. O ancora, in napoletano, scucchiare — che non è semplicemente «togliere» qualcosa, ma implica un gesto di separazione quasi dolorosa, come staccare qualcosa che era attaccato con forza.

In Sardegna, il logudorese ha parole per descrivere tipi specifici di vento che il vocabolario italiano non contempla nemmeno. Parole legate alla terra, alle stagioni, ai ritmi della campagna. Parole che esistono perché qualcuno ne aveva bisogno.

"Ogni espressione dialettale è la risposta a un'esigenza reale," racconta Salvatore Mura, ottantadue anni, pastore in pensione di Nuoro che parla il sardo con una fluidità che i suoi nipoti guardano con ammirazione mista a imbarazzo. "Mio nipote mi dice che il sardo non gli serve. Ma lui non sa ancora che alcune cose, se non le dici in sardo, non le dici per niente."

Il confine invisibile tra generazioni

Il momento in cui il dialetto smette di passare da una generazione all'altra è spesso silenzioso, quasi impercettibile. Non c'è una decisione formale. I genitori cominciano a parlare italiano ai figli per «aiutarli» a scuola. I nonni si adattano. E pian piano, la lingua di casa diventa altra.

Questo fenomeno, che i linguisti chiamano language shift, è documentato in tutta Italia ma ha velocità diverse a seconda delle regioni. Il Veneto e il Friuli, per esempio, mostrano una resistenza dialettale più forte rispetto alla Lombardia urbana. Il Sud, paradossalmente, sta perdendo i dialetti più in fretta di quanto ci si aspetterebbe, complice anche l'emigrazione interna che ha mescolato parlate diverse.

Ma ci sono anche segnali controtendenza. Nelle grandi città, soprattutto tra i giovani under quaranta, si nota un interesse crescente per le parlate locali — non come lingua quotidiana, ma come elemento identitario da riscoprire. Gruppi su Instagram che raccolgono espressioni dialettali, podcast in romanesco o in napoletano, canzoni rap in siciliano che fanno milioni di stream.

"È un recupero affettivo, non funzionale," precisa la professoressa Ferretti. "Ma non è per questo meno importante. Anzi, forse è il segnale che qualcosa si sta muovendo."

Custodi della memoria

In ogni borgo d'Italia ci sono ancora persone che portano dentro di sé un patrimonio linguistico immenso. Anziani che ricordano proverbi, filastrocche, modi di dire che non si trovano in nessun dizionario. La sfida è raccogliere queste voci prima che si spengano.

Alcuni progetti stanno cercando di farlo. L'Atlante dei dialetti italiani, promosso da varie università in collaborazione con le regioni, sta catalogando registrazioni e trascrizioni. Alcune biblioteche comunali hanno avviato archivi orali. E in Calabria, un piccolo comune del Reggino ha finanziato un corso di dialetto locale nelle scuole elementari, con risultati sorprendenti in termini di partecipazione e interesse.

"I bambini adorano il dialetto," racconta la maestra che coordina il progetto. "Lo trovano buffo, misterioso, come una lingua segreta. Forse è proprio da lì che dobbiamo ripartire."

Cosa perdiamo davvero

La domanda finale è quella più difficile. Cosa perdiamo, concretamente, quando un dialetto scompare?

Perdiamo parole, certo. Ma perdiamo anche sfumature emotive che quelle parole contenevano. Perdiamo umorismo — perché ogni dialetto ha una comicità che non si trasferisce. Perdiamo ironia, tenerezza, rabbia nelle loro forme più autentiche.

E perdiamo, forse soprattutto, la sensazione di appartenere a un posto preciso. In un mondo sempre più omologato, in cui le città si assomigliano e le piattaforme digitali appiattiscono le differenze, il dialetto è una delle ultime forme di resistenza all'uniformità.

Non si tratta di nostalgia. Si tratta di capire che la diversità linguistica è una ricchezza collettiva, non solo un vezzo folkloristico. E che ogni parola che scompare porta con sé un pezzo di chi siamo stati — e forse, di chi potremmo ancora essere.

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