Mani che ricordano: gli ultimi artigiani che tengono in vita l'anima materiale dell'Italia
Photo: Internet Archive Book Images, No restrictions, via Wikimedia Commons
Entrare nella bottega di Ermanno Galli, falegname di Saluzzo da quarantadue anni, è come fare un passo indietro nel tempo. Non per l'arredamento — anche se le pareti coperte di pialle e sgorbie hanno il loro fascino — ma per l'odore. Legno di noce, colla di coniglio, olio di lino. Un profumo che non si trova nei negozi di arredamento moderno, per quanto costosi.
Ermanno ha settantuno anni e le mani di qualcuno che ha passato una vita a domare il legno. "Questo mestiere non si impara dai libri", dice senza alzare la testa dal pezzo che sta lavorando. "Si impara guardando, sbagliando, e guardando ancora."
Un patrimonio che scricchiola
L'artigianato tradizionale italiano è in crisi da decenni. I dati lo confermano: secondo le stime di Confartigianato, negli ultimi vent'anni si sono persi migliaia di botteghe artigiane in tutto il Paese, con un'accelerazione preoccupante nelle regioni del Sud. Le cause sono note — la concorrenza dei prodotti industriali a basso costo, il costo elevato delle materie prime, la difficoltà di trovare spazi adeguati nelle città — ma la vera emergenza è un'altra: la trasmissione del sapere.
Molte tecniche tradizionali esistono soltanto nelle mani e nella memoria di artigiani over sessanta. Quando loro si fermeranno, quella conoscenza rischia di dissolversi nel nulla. Non è un'iperbole: è già successo con alcune lavorazioni del vetro soffiato in zone della Calabria, con certi intarsi in osso della tradizione siciliana, con la lavorazione della paglia tipica di alcune aree toscane.
La pietra serena e i suoi segreti
A Fiesole, poco sopra Firenze, lavora ancora uno degli ultimi scalpellini specializzati nella pietra serena, quel materiale grigio-azzurro che ha dato forma a portali, cornici e capitelli in tutta la Toscana rinascimentale. Si chiama Marco Biondi, ha cinquantasei anni e ha imparato il mestiere da suo zio, che a sua volta lo aveva appreso da un maestro degli anni Cinquanta.
"La pietra serena è capricciosa", spiega Marco mentre scalpella con precisione millimetrica un fregio per il restauro di una villa del Cinquecento. "Ha una sua logica interna, delle venature che devi imparare a leggere. Se vai contro di esse, la pietra ti punisce."
Quello che Marco fa non è semplicemente un lavoro: è un dialogo con la materia. E con la storia. Ogni pezzo che restaura porta i segni di chi lo ha lavorato prima di lui, e lui ne rispetta le scelte con una deferenza quasi religiosa.
Apprendisti cercasi (e trovasi)
La notizia sorprendente, però, è che qualcosa sta cambiando. Negli ultimi anni si registra un fenomeno inaspettato: giovani che scelgono le botteghe artigiane. Non per mancanza di alternative, ma per scelta consapevole.
Lorenza ha ventisei anni e una laurea in design del prodotto. Avrebbe potuto lavorare in uno studio creativo di Milano. Ha scelto invece di fare apprendistato da un maestro liutaio di Cremona. "Ho capito che volevo creare oggetti che durassero. Non render 3D, non prototipi in plastica. Cose vere, fatte con le mani, che tra cent'anni esistano ancora."
Lorenza non è un caso isolato. Nelle botteghe di restauro di Roma, Venezia e Napoli, stanno arrivando giovani con background diversissimi — ex ingegneri, ex grafici, ex insegnanti — attratti dall'idea di un lavoro che abbia una dimensione fisica, tangibile, lenta. In un'epoca di digitalizzazione totale, lavorare il legno o la pietra diventa quasi un atto di ribellione.
Il problema del mercato
Sarebbe però disonesto dipingere un quadro tutto roseo. Le sfide economiche restano enormi. Un mobile realizzato secondo le tecniche tradizionali — legno stagionato, giunture a incastro, finitura a olio — costa dieci, quindici volte di più di un equivalente industriale. Il mercato di riferimento è ristretto: collezionisti, istituzioni pubbliche, privati facoltosi.
"Il problema non è che la gente non apprezzi", spiega Ermanno, il falegname di Saluzzo. "Il problema è che la gente non sa più distinguere. Non sa riconoscere la qualità. Abbiamo perso l'occhio per le cose fatte bene."
È una critica che suona amara, ma non è priva di fondamento. Decenni di consumo di massa hanno eroso la capacità collettiva di valutare la qualità artigianale. Eppure, anche qui, si intravede qualcosa di nuovo: il successo crescente delle fiere dell'artigianato di qualità — da L'Artigiano in Fiera di Milano alle mille iniziative locali — suggerisce che il pubblico esiste, e vuole essere educato.
Custodi di bellezza
C'è una parola che torna spesso nelle conversazioni con questi artigiani: responsabilità. Non la sentono verso il mercato o verso i clienti, ma verso la tradizione che portano avanti. Verso chi li ha preceduti e verso chi verrà dopo.
Giovanna Ferretti, restauratrice di affreschi a Bologna da trent'anni, la mette così: "Quando lavoro su un affresco del Trecento, non sono io la protagonista. Sono uno strumento. Il mio compito è capire cosa voleva il pittore, rispettare la sua visione, e assicurarmi che possa essere vista ancora tra altri settecento anni."
Questa umiltà davanti all'opera — davanti alla materia, alla storia, al tempo — è forse la cosa più difficile da trasmettere agli apprendisti. Non è una tecnica che si impara in un corso. È un'attitudine che richiede anni, pazienza, e una certa capacità di mettere da parte l'ego.
Ma quando si sviluppa, quando un giovane artigiano comincia a lavorare con quella consapevolezza nelle mani, succede qualcosa di straordinario. Le cose che crea smettono di essere semplici oggetti e diventano qualcos'altro: frammenti di identità, pezzi di un racconto che l'Italia continua a scrivere su se stessa, un giorno dopo l'altro, con scalpelli e pialle e pennelli da restauro.