Borghi che respirano: quando l'arte trasforma i paesi dimenticati in luoghi vivi
Photo: Nenad Stojkovic, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Arriva un momento, in certi borghi italiani, in cui le case cominciano a parlare. Non di gloria passata, ma di possibilità. Succede quando qualcuno — uno scultore, un fotografo, una cooperativa di giovani designer — decide che quel posto abbandonato merita un'altra chance. E ci mette dentro non solo il lavoro, ma la vita.
L'Italia è piena di questi momenti. E forse non abbastanza di queste storie viene raccontata.
Il problema dei paesi che svuotano
Secondo il Rapporto sul Territorio dell'ISTAT, oltre tremila comuni italiani sono considerati a rischio spopolamento. Parliamo di borghi dove la popolazione è scesa sotto i mille abitanti, dove le scuole hanno chiuso, dove i negozi non hanno trovato eredi. Posti bellissimi, spesso, con architetture straordinarie e paesaggi che toglierebbero il fiato a qualsiasi turista.
Il problema non è estetico. È esistenziale. Un borgo senza abitanti è un organismo senza sangue. Può sopravvivere come museo, come set fotografico, come destinazione turistica. Ma non vive.
La rigenerazione culturale — quella vera, non quella da depliant istituzionale — funziona in modo diverso. Non porta turisti, porta abitanti. Non vende immagini, costruisce comunità.
Civita di Bagnoregio non è l'unico modello
Tutti conoscono Civita di Bagnoregio, la «città che muore» diventata paradossalmente una delle mete più fotografate del Lazio. Ma il modello di Civita — affascinante, certo — è quello del borgo-gioiello, quasi intoccabile nella sua bellezza congelata.
Ci sono altri modi di tornare in vita. Meno fotogenici, forse, ma più profondi.
Prendiamo Aliano, in Basilicata. Il paese dove Carlo Levi fu confinato negli anni Trenta e che descrisse in Cristo si è fermato a Eboli oggi ha meno di novecento abitanti. Ma ha anche il Parco Letterario Carlo Levi, una rete di residenze artistiche e un festival annuale che porta scrittori, illustratori e filmmaker da tutta Europa. Non è un miracolo economico. È qualcosa di più sottile: un paese che ha trovato nella propria storia la materia prima per reinventarsi.
Cinquecento euro e una casa: il modello dei borghi in vendita
Negli ultimi anni ha fatto notizia il fenomeno dei comuni che vendono case a un euro — o poco più — per attrarre nuovi residenti. Mussomeli in Sicilia, Ollolai in Sardegna, Sambuca di Sicilia. L'idea è semplice: chi compra si impegna a ristrutturare entro un certo periodo. In cambio, ottiene una proprietà a prezzo simbolico.
I risultati sono stati misti. Molte compravendite si sono bloccate per problemi burocratici o per la difficoltà di trovare artigiani locali per i lavori. Ma in alcuni casi, il meccanismo ha funzionato — e ha portato non solo nuovi proprietari, ma nuove idee.
A Gangi, in provincia di Palermo, una giovane ceramista milanese ha acquistato una casa nel centro storico e l'ha trasformata in studio e laboratorio. «Non cercavo un posto dove andare in vacanza,» racconta. «Cercavo un posto dove lavorare davvero. E qui ho trovato la luce, il silenzio, e una comunità che mi ha accolta senza chiedermi di diventare qualcun altro.»
Arte pubblica come cura del territorio
Un altro modello che funziona è quello dei festival di arte pubblica che usano il borgo stesso come tela. Non gallerie, non musei: muri, vicoli, piazze, facciate. Opere che dialogano con il luogo invece di ignorarlo.
Dosso Visconti, piccolo comune in provincia di Lodi, ospita ogni estate un festival di street art che ha trasformato completamente la percezione del paese — sia dall'esterno che dall'interno. Gli abitanti, inizialmente scettici, sono diventati i primi promotori. «Prima nessuno sapeva dove fosse Dosso,» dice il sindaco. «Adesso la gente viene da Milano apposta per vedere i murales. E si ferma a mangiare, a dormire, a parlare con noi."
In Calabria, il progetto Fondazione Zétema a Catanzaro ha avviato residenze artistiche in un quartiere del centro storico quasi deserto. Artisti da tutta Italia e dall'estero soggiornano per settimane, lavorano negli spazi pubblici, interagiscono con i residenti. Il risultato non è solo estetico: è una lenta ricucitura del tessuto sociale.
La trappola della vetrina
Non tutto, però, funziona. E vale la pena dirlo.
Alcuni progetti di rigenerazione rischiano di trasformarsi in operazioni di facciata: il borgo diventa attraente, i prezzi delle case salgono, i vecchi abitanti non possono più permettersi di restare. È la gentrificazione in versione rurale, meno visibile ma ugualmente problematica.
I progetti che resistono nel tempo sono quelli che coinvolgono la comunità locale fin dall'inizio — non come pubblico, ma come protagonista. Quelli in cui l'artista non arriva a «salvare» il paese, ma a imparare da esso. Quelli in cui la rigenerazione non cancella la memoria del luogo, ma la usa come fondamenta.
«Il rischio più grande non è fallire,» spiega un urbanista che segue diversi progetti di questo tipo nel Sud Italia. «Il rischio più grande è avere successo nel modo sbagliato. Trasformare un borgo autentico in un set, in un prodotto. Perdere proprio quella cosa che lo rendeva speciale."
Storie che continuano
Ma le storie belle esistono. E meritano di essere raccontate.
A Riace, in Calabria, il modello di accoglienza dei migranti che ha reso il paese famoso in tutto il mondo ha anche riportato vita nelle case vuote e mestieri nei laboratori abbandonati. A Matera, Capitale Europea della Cultura nel 2019, l'eredità del titolo ha lasciato spazi culturali e reti di giovani creativi che continuano a lavorare. A Montescaglioso, sempre in Basilicata, un collettivo di giovani architetti ha recuperato un palazzo nobiliare trasformandolo in spazio di coworking e residenza artistica.
Sono storie diverse, con scale diverse e risultati diversi. Ma hanno qualcosa in comune: la convinzione che un paese non sia mai davvero finito. Che basti qualcuno disposto a scommetterci per farlo tornare a respirare.
E in Italia, per fortuna, queste persone non mancano mai del tutto.