Camminare sulla memoria: i sentieri nascosti che uniscono l'Italia profonda
Photo: Macmillan & Co, No restrictions, via Wikimedia Commons
C'è una cosa che si capisce solo mettendosi a camminare davvero, lontano dalle strade asfaltate e dai cartelli ben segnalati: l'Italia è ancora piena di percorsi che aspettano di essere ricordati. Non sentieri abbandonati, attenzione — piuttosto, sentieri silenziosi, che custodiscono storie scritte dai piedi di chi li ha percorsi per necessità, non per piacere.
Muratori calabresi che andavano a lavorare in Piemonte. Pastori abruzzesi che seguivano le greggi verso la pianura. Famiglie lucane che si spostavano stagionalmente tra un altopiano e una costa. Tutti loro hanno lasciato tracce fisiche nel paesaggio: tracce che oggi, con un po' di pazienza e curiosità, è ancora possibile ritrovare.
La rete invisibile che teneva insieme i paesi
Prima delle autostrade, prima persino delle ferrovie, l'Italia era attraversata da una fitta rete di percorsi minori che collegavano borghi, masserie, abbazie e mercati stagionali. Storici come Piero Bevilacqua hanno documentato come questi tracciati non fossero casuali: seguivano logiche precise legate alla topografia, alle risorse idriche, alle distanze percorribili in una giornata a piedi.
Molti di questi cammini coincidevano con i tratturi della transumanza, le grandi vie erbose del Centro-Sud lungo cui si spostavano le greggi. Il Tratturo Magno, che collega L'Aquila a Foggia per oltre duecento chilometri, è forse il più celebre. Ma accanto a lui esistono decine di percorsi minori, i cosiddetti bracci e tratturelli, che si diramano verso l'interno come vene di un corpo ancora vivo.
"Mio nonno mi ha raccontato che da ragazzo accompagnava il gregge da Castel del Monte fino alla piana di Foggia ogni autunno," racconta Marco Ferrante, guida escursionistica originario dell'Aquila che da anni lavora al recupero di questi itinerari. "Impiegavano quasi dieci giorni. Dormivano all'aperto, si fermavano nei masseri che conoscevano da generazioni. Era un viaggio, ma era anche un modo per mantenere relazioni tra comunità lontane."
Quando il cammino era migrazione
C'è una differenza fondamentale tra il turista che oggi indossa gli scarponi da trekking e l'uomo o la donna che percorreva quegli stessi sentieri cento anni fa: per quest'ultimo, mettersi in cammino spesso significava lasciare qualcosa per sempre.
Le grandi migrazioni interne italiane del Novecento — dal Sud verso il triangolo industriale del Nord, dalle montagne verso le città costiere — non avvenivano solo in treno o in corriera. Molti spostamenti iniziavano a piedi, lungo percorsi che le famiglie si tramandavano di generazione in generazione. Erano itinerari carichi di significato emotivo: si passava davanti alla casa di un parente, ci si fermava a una fonte conosciuta, si attraversava un valico che i propri padri avevano attraversato.
Mariangela Russo, ricercatrice dell'Università della Basilicata, ha dedicato anni alla raccolta di testimonianze orali legate a questi spostamenti. "Quello che emerge dalle interviste è impressionante," spiega. "Le persone non ricordano solo dove sono andate, ma come ci sono arrivate. Il percorso fa parte della memoria della migrazione tanto quanto la destinazione finale."
Ritrovare i sentieri oggi
Oggi qualcosa si muove. In diverse regioni italiane, associazioni locali, comuni e appassionati stanno lavorando al recupero e alla mappatura di questi percorsi storici. Non si tratta solo di tracciare nuovi itinerari per il turismo lento — anche se questo è certamente un obiettivo — ma di ricostruire una memoria territoriale che rischia di scomparire con le ultime generazioni che la portano in corpo.
In Calabria, il progetto Cammini Calabresi ha già tracciato oltre quattrocento chilometri di percorsi storici, molti dei quali legati agli spostamenti stagionali dei lavoratori agricoli. In Sardegna, i cammini dei pellegrini verso i santuari campestri — i novenari — vengono recuperati e valorizzati come patrimonio immateriale dell'isola. In Campania, i sentieri dell'entroterra irpino stanno diventando meta di un turismo di prossimità sempre più consapevole.
"La gente del posto è fondamentale," sottolinea Ferrante. "Puoi avere tutte le mappe storiche che vuoi, ma senza qualcuno che ti dice 'qui c'era un guado', 'lì c'era una sorgente', rischi di ricostruire solo la forma del percorso, non la sua anima."
Il viaggiatore moderno e il tempo lento
Chi percorre questi sentieri oggi porta con sé un'esperienza diversa da quella dei viandanti del passato, ma non necessariamente più superficiale. Molti di coloro che scelgono i cammini storici minori lo fanno proprio per sottrarsi alla velocità della vita contemporanea, per ritrovare un ritmo che il corpo riconosce anche se la mente l'ha dimenticato.
Lucia Tammaro, insegnante napoletana di quarantadue anni, ha percorso l'anno scorso un tratto del vecchio cammino dei carbonai sull'Appennino campano-lucano. "Non avevo mai fatto niente del genere," racconta. "Mi aspettavo paesaggi belli, e li ho trovati. Ma non mi aspettavo di sentire così forte il peso delle storie che quel posto portava. A un certo punto ci siamo fermati davanti a una radura e la guida ci ha detto che lì, negli anni Cinquanta, si radunava ogni autunno tutta una comunità di carbonai. Non c'era niente di visibile, nessuna targa. Eppure si sentiva."
È forse questo il valore più autentico di questi cammini ritrovati: non offrono risposte certe né monumenti da fotografare. Offrono domande, silenzi, la sensazione fisica di essere parte di qualcosa che viene da lontano e va lontano. E in un'epoca in cui tutto sembra misurabile e documentabile, c'è qualcosa di profondamente necessario in quella sensazione.