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Ritorno al paese: quando chi parte torna e cambia tutto

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Ritorno al paese: quando chi parte torna e cambia tutto

Photo: 4ewip, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un momento, spesso silenzioso, in cui qualcosa si sposta. Può succedere su un treno della metropolitana affollato, davanti allo schermo di un computer in un open space rumoroso, o semplicemente una mattina qualunque in cui il caffè al bar di sotto non sa più di niente. Ed è lì che alcuni — non tutti, ma abbastanza da fare la differenza — cominciano a ripensare al paese.

Non con nostalgia, o almeno non solo. Con qualcosa di più concreto: un progetto, un'idea, la voglia di fare qualcosa di vero in un posto che conosci davvero.

La valigia che torna indietro

Gli studiosi la chiamano "migrazione di ritorno" o, con un termine più recente, "controesodo". In Italia, questo fenomeno ha preso slancio soprattutto dopo la pandemia, quando molti si sono ritrovati a lavorare da remoto e hanno cominciato a chiedersi perché farlo da un monolocale in affitto a Milano quando avrebbero potuto farlo dalla casa di famiglia in Basilicata, in Molise, in Calabria o in uno dei tanti borghi appenninici che sembravano destinati allo spopolamento.

Ma il ritorno non è solo logistico. Chi torna porta con sé anni di esperienze, competenze, sguardi diversi. E questo cambia le cose — a volte in modo sottile, a volte in modo radicale.

Prendete Donato, trentasei anni, originario di un piccolo comune in provincia di Potenza. Dopo dieci anni a Bologna, dove ha lavorato come grafico per un'agenzia pubblicitaria, è tornato al suo paese nel 2021. «Avevo paura che mi sembrasse tutto più piccolo», racconta. «Invece mi è sembrato pieno di spazio. Spazio fisico, ma anche spazio mentale. Nessuno ti chiede di essere qualcuno che non sei.» Oggi gestisce uno studio grafico da remoto e ha aperto, insieme ad altri tre giovani del posto, un laboratorio di stampa artigianale nel vecchio magazzino agricolo di suo nonno.

Sottoscala, cortili e piani terra: i nuovi spazi della comunità

Una delle cose più affascinanti di questo fenomeno è la capacità di vedere potenziale dove gli altri vedono abbandono. I giovani che tornano guardano i centri storici con occhi diversi: non come musei da conservare né come rovine da ignorare, ma come materiale grezzo con cui lavorare.

A Tricarico, in Basilicata, un gruppo di ragazzi ha trasformato un vecchio basso — uno di quei vani seminterrati tipici dell'architettura meridionale, un tempo usati come stalle o depositi — in un bar con una piccola biblioteca a scaffale libero. Non è un locale hipster pensato per i turisti: è un posto dove la mattina vengono i pensionati a leggere il giornale e il pomeriggio i bambini sfogliano i fumetti mentre i genitori chiacchierano. La tradizione del ritrovo, quella non è cambiata. È cambiato il contenitore.

Altrove, in un borgo del Monferrato, una donna di trentadue anni rientrata da Torino ha rilevato la bottega di un vecchio falegname — rimasta vuota per anni dopo la sua morte — e l'ha trasformata in un laboratorio di restauro del legno che organizza anche corsi per i ragazzi delle scuole medie. «Volevo che i bambini del paese imparassero che il legno si può riparare, non solo buttare», dice. «Ma in realtà stavo pensando anche ad altro.»

Ibridi culturali: né museo né discoteca

Il termine "ibrido" è forse quello che meglio descrive quello che sta succedendo in questi posti. Non è un ritorno puro al passato, e non è nemmeno un'importazione della città in campagna. È qualcosa di terzo, di nuovo, che nasce dall'incontro tra chi è rimasto e chi è tornato.

Questa convivenza non è sempre semplice. Chi non è mai andato via a volte guarda con sospetto chi torna con le sue idee e i suoi modi. «All'inizio qualcuno pensava che volessimo fare i fenomeni», ammette Donato. «Poi hanno visto che portavamo lavoro, che coinvolgevamo la gente, che non stavamo costruendo una bolla. E le cose sono cambiate.»

Il segreto, quando funziona, sembra essere proprio questo: non sovrapporre, ma intrecciare. Le sagre restano, ma magari qualcuno propone di documentarle con un podcast. Il mercato settimanale rimane, ma accanto alle bancarelle tradizionali compare qualcuno che vende marmellate biologiche fatte in casa. La messa della domenica non si tocca, ma dopo si apre la discussione sul futuro del campanile che ha bisogno di restauro.

Quando il borgo diventa laboratorio

C'è una parola che ricorre spesso nelle conversazioni con chi ha scelto di tornare: «laboratorio». Il paese come spazio di sperimentazione. Non nel senso astratto e un po' arrogante con cui certi urbanisti parlano di "smart village", ma in senso molto concreto: un posto dove le idee possono essere testate su scala umana, dove le relazioni sono reali, dove l'errore è visibile ma anche il risultato lo è.

«In città, quello che fai si perde nel rumore», dice una giovane ceramista che ha aperto il suo studio in un paesino dell'Umbria dopo anni passati a Roma. «Qui, se fai una cosa bella, tutti la vedono. E questo ti responsabilizza in modo diverso.»

Questa responsabilità verso la comunità è forse l'elemento più sorprendente di questo fenomeno. Chi torna non si comporta come un individuo che ha scelto uno stile di vita alternativo: si comporta come parte di qualcosa. Partecipa alle riunioni di paese, si candida nelle liste civiche, porta i figli alle feste patronali, impara i nomi di tutti.

La tradizione come organismo vivo

Quello che emerge da queste storie è una visione della tradizione molto diversa da quella che siamo abituati a sentire nei dibattiti pubblici, dove spesso si contrappongono conservazione e innovazione come se fossero nemici naturali.

La tradizione, in questi borghi che si reinventano, non è un reperto da proteggere sotto una teca di vetro. È una pratica viva, che si trasforma perché viene vissuta da persone reali in contesti reali. Il pane di casa cambia quando lo fa qualcuno che ha imparato anche a fare il sourdough a Milano. La festa di paese cambia quando tra gli organizzatori c'è chi ha gestito eventi a Berlino. E non è un tradimento: è come funzionano le cose da sempre, solo che adesso lo vediamo succedere in diretta.

Forse la domanda giusta non è se questi paesi stanno perdendo la loro identità. È se stanno finalmente trovando il coraggio di lasciarla crescere.


Hai una storia simile da raccontare? Scrivi a Mangalavalli: le voci dei borghi italiani sono il cuore di quello che facciamo.

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