Senza misure né ricettari: i sapori di casa che vivono nelle mani delle nonne
Photo: Ernst Meyer, Public domain, via Wikimedia Commons
«Quanta farina?» «Quanta ne vuole l'impasto.» Se siete cresciuti in una famiglia italiana, avete quasi certamente sentito una risposta simile almeno una volta. Magari stavate cercando di replicare la pasta della nonna, o il ragù della zia, o la torta di mele della bisnonna, e vi siete trovati davanti a un muro di vaghezza apparente che in realtà nascondeva qualcosa di molto preciso: una conoscenza talmente incarnata da non avere più bisogno di parole.
Questo è il cuore del sapere culinario orale italiano: una trasmissione che avviene attraverso la presenza fisica, l'osservazione, la ripetizione. Non attraverso la scrittura.
Il ricettario che non esiste
In molte case italiane, specialmente quelle delle generazioni più anziane, non troverete un ricettario. Non perché non si cucinasse — anzi, si cucinava eccome — ma perché le ricette non erano mai state concepite come qualcosa da fissare su carta. Erano vive, fluide, adattabili. Cambiavano con le stagioni, con quello che offriva l'orto, con il numero di persone a tavola.
Maria Grazia, settantotto anni, vive in un piccolo paese del Molise. Sua madre le ha insegnato a fare le «sagne 'mpastante», una pasta fresca tipica della zona, quando aveva dodici anni. «Stavo lì accanto a lei e guardavo. Lei non mi spiegava, faceva. Poi mi metteva le mani nell'impasto e mi diceva: senti com'è? Dev'essere così. Non troppo duro, non appiccicoso. Le mani sanno prima della testa."
Questa modalità di trasmissione — chiamiamola pedagogia del gesto — è stata per secoli l'unico modo in cui il sapere culinario femminile (e in larga misura lo era, femminile) passava da una generazione all'altra. Nessuna scuola di cucina, nessun libro illustrato. Solo la cucina di casa, il fuoco, e qualcuno che mostrava come si fa.
Cosa si rischia di perdere
Il problema è che questa catena di trasmissione si è spezzata, o quantomeno si è assottigliata, nel corso degli ultimi decenni. Le famiglie si sono spostate, le città hanno attratto le generazioni più giovani lontano dai paesi d'origine, i ritmi di vita sono cambiati. Non c'è più il tempo — o non se ne percepisce la necessità — di stare in cucina con la nonna per ore, a imparare guardando.
E così certe preparazioni rischiano di scomparire nel silenzio. Non in modo drammatico, non all'improvviso: semplicemente, la prossima volta che si cerca di replicarle, ci si accorge che non si sa più come si fa. Che la nonna non c'è più, e con lei se n'è andata anche la ricetta.
Non parliamo di piatti esotici o di preparazioni elaborate. Parliamo di cose semplici: il modo di impastare la focaccia con le olive, la proporzione giusta tra aceto e zucchero per conservare le melanzane sott'olio, il segreto per fare le castagne nel modo in cui le faceva la nonna. Dettagli che sembrano minimi e che invece fanno tutta la differenza.
Le famiglie che hanno deciso di non dimenticare
Qualcosa sta cambiando, però. Sempre più famiglie italiane si stanno organizzando per documentare questi saperi prima che sia troppo tardi. Non con l'ambizione di pubblicare un libro o aprire un canale YouTube — anche se qualcuno lo fa — ma semplicemente per non perdere qualcosa che sente come parte di sé.
Lucia, quarantadue anni, ingegnera a Milano, ha passato tre weekend di fila a casa dei suoi genitori in Calabria con un taccuino e il telefono in mano. «Ho filmato mia madre mentre faceva i fileja, la pasta tipica di lì. L'ho guardata dieci, venti volte. Ho preso appunti. Ho provato a replicare. Lei rideva perché il mio risultato non era uguale al suo, ma era un buon punto di partenza.» Lucia ha poi condiviso il video in una chat di famiglia, e alcune cugine hanno cominciato a fare lo stesso con le loro nonne. Una piccola rete di memoria domestica, nata quasi per caso.
C'è anche chi ha scelto un approccio più sistematico. In alcune regioni, associazioni culturali locali hanno avviato progetti di raccolta e archiviazione di ricette orali, registrando le testimonianze di anziani del posto. Il risultato non sono semplici ricettari, ma veri e propri documenti antropologici: le ricette sono inseparabili dai racconti, dai ricordi, dalle spiegazioni di perché si usava quel particolare ingrediente, di dove si comprava, di come cambiava a seconda del periodo dell'anno.
Il cibo come linguaggio affettivo
C'è un aspetto che va oltre la semplice preservazione di una tecnica culinaria, e che forse spiega perché queste ricette siano così difficili da lasciare andare. Il cibo fatto in casa, tramandato oralmente, non è solo nutrimento: è un linguaggio affettivo, un modo di dire «ti voglio bene» che attraversa le generazioni.
Quando si mangia il piatto che faceva la nonna — o anche solo un'approssimazione ragionevole di quel piatto — si attiva qualcosa di molto potente. Un odore, una consistenza, un sapore che riporta indietro nel tempo con una precisione che le parole non riescono a eguagliare. Marcel Proust lo aveva capito con la sua madeleine; ogni famiglia italiana ne ha una propria versione, spesso molto più concreta e sostanziosa.
Ecco perché perdere queste ricette non è solo una perdita gastronomica. È una perdita di identità, di continuità, di quel filo sottile che ci lega a chi è venuto prima di noi.
Imparare prima che sia tardi
Se c'è un invito che emerge da queste storie, è semplice: andate in cucina con le vostre nonne, le vostre madri, i vostri zii anziani. Non per un'occasione speciale — per un giorno qualunque, un sabato mattina, un pomeriggio pigro. Portate un taccuino o il telefono. Chiedete di insegnarvi qualcosa. E quando vi diranno «quanto basta», cercate di capire davvero quanto basta: guardate le mani, sentite la consistenza, annotate il colore dell'impasto.
Non sarà perfetto. Non sarà uguale all'originale. Ma sarà vostro, e un giorno potrà diventare di qualcun altro ancora. E così il filo continua.