Voci di legno e corda: i costruttori di strumenti che tengono vivo il suono antico dei borghi
C'è un suono che non si trova sulle piattaforme di streaming. Non ha copertina, non ha algoritmo che lo promuova, non finisce nelle playlist del venerdì sera. Eppure esiste, eccome: vive nei laboratori di qualche artigiano testardo, nelle cantine di chi ha deciso che certe cose non si lasciano morire, nelle piazze di paesi dove la sera, d'estate, ci si ritrova ancora per suonare insieme.
Sono i suoni dimenticati dell'Italia profonda. E chi li custodisce, spesso, non si considera nemmeno un musicista nel senso convenzionale del termine. Si considera, semmai, un testimone.
Il suono come memoria collettiva
Prima che esistessero le registrazioni, prima che la radio portasse nelle case le voci del mondo esterno, la musica era una cosa che si faceva insieme. Non si ascoltava: si produceva. Nelle campagne del Sud come nelle valli del Nord, ogni comunità aveva i suoi strumenti, i suoi ritmi, le sue melodie legate ai cicli del lavoro, alle feste religiose, ai momenti di lutto o di gioia collettiva.
La zampogna in Calabria e nel Lazio. La launeddas in Sardegna. Il tamburello nel Salento e in Basilicata. La ghironda in Piemonte. La ciaramella sugli Appennini. Ogni strumento era un codice: chi lo suonava sapeva cosa comunicare e a chi. E chi ascoltava capiva senza bisogno di parole.
Quando questi strumenti sono spariti dalla circolazione quotidiana — sostituiti prima dalla fisarmonica, poi dalla chitarra elettrica, poi da tutto il resto — non se n'è andato solo il suono. Se n'è andata una forma di linguaggio condiviso. Un modo di stare insieme che non aveva bisogno di spiegazioni.
Nelle mani di chi rimane
Francesco ha settantadue anni e vive in un paese di meno di mille abitanti sull'Appennino calabrese. Da quando ne aveva quindici costruisce zampogne, proprio come faceva suo padre prima di lui e suo nonno prima ancora. Il legno lo sceglie lui, le pelli le lavora lui, le canne le taglia e le intona a orecchio, con una precisione che nessuno strumento di misura riuscirebbe a replicare.
«Non c'è nessuno che mi abbia insegnato a costruirle nel senso moderno», racconta. «Ho guardato mio padre fare e ho fatto. Ho sbagliato, ho rifatto, ho capito. È così che funziona».
Oggi Francesco è uno dei pochi rimasti a fare questo lavoro in quella zona. I giovani del paese lo conoscono, lo rispettano, qualcuno gli porta i figli perché "imparino qualcosa di antico". Ma la continuità è fragile. «Ci vuole pazienza, ci vuole orecchio, ci vuole tempo. E il tempo oggi è una cosa rara».
Storie come quella di Francesco si ripetono, con variazioni, in tutta Italia. In Sardegna ci sono ancora suonatori di launeddas che tramandano la tecnica della respirazione circolare — quella che permette di suonare senza interruzioni per minuti interi — come si tramanda un segreto di famiglia. In Puglia, nel Salento, la rinascita della pizzica ha riportato in vita i costruttori di tamburelli, strumenti che per decenni erano stati considerati roba da museo.
Quando il suono guarisce
C'è un aspetto di questi strumenti che la musicologia accademica ha cominciato a studiare solo di recente, ma che nelle comunità locali era dato per scontato da sempre: il suono come pratica terapeutica e rituale.
La taranta, nel Salento, non era solo una danza. Era un rito di guarigione. Il tamburello, suonato per ore, accompagnava chi era stato "morso" dal ragno — o meglio, chi era afflitto da un malessere psicofisico difficile da nominare — in un percorso di liberazione attraverso il movimento e il ritmo. Era musica come medicina, come esorcismo, come terapia collettiva.
Ancora oggi, chi partecipa alla Notte della Taranta a Melpignano — uno degli eventi musicali più grandi d'Europa, che raduna centinaia di migliaia di persone ogni agosto — racconta di sentire qualcosa che va oltre il semplice concerto. Un'energia antica, difficile da spiegare razionalmente, che prende corpo nel ritmo ossessivo dei tamburelli e nelle voci che si alzano nel buio della notte.
Laboratori che profumano di passato
Entrare nel laboratorio di un costruttore di strumenti tradizionali è un'esperienza sensoriale prima ancora che culturale. C'è il profumo del legno lavorato, della colla naturale, delle pelli messe a bagno. Ci sono gli attrezzi appesi alle pareti con una precisione che racconta anni di abitudini. E c'è il silenzio strano di un luogo dove il suono viene preparato, non ancora prodotto.
In questi spazi si conserva un sapere che non sta nei libri. La scelta del legno giusto per un determinato strumento, la tensione corretta di una membrana, l'angolo esatto di taglio di una canna: sono conoscenze che vivono nelle mani, nella memoria muscolare, in quella forma di intelligenza pratica che gli italiani chiamano, con una parola bellissima, mestiere.
Alcuni di questi artigiani hanno cominciato a collaborare con scuole, musei, centri culturali. Non tanto per insegnare a costruire strumenti — ci vogliono anni per imparare — quanto per raccontare. Per mostrare che dietro a un oggetto di legno e corda c'è una storia di persone, di luoghi, di modi di vivere che altrimenti andrebbero perduti senza lasciare traccia.
Il paradosso del ritorno
C'è qualcosa di curioso in tutto questo: molti degli strumenti che sembravano destinati all'oblio stanno vivendo una seconda vita proprio grazie ai giovani. Non solo nel Salento, dove la pizzica è diventata un fenomeno di massa. Anche altrove, in modo meno visibile ma non meno significativo.
Gruppi di ragazzi che cercano sonorità "diverse", musicisti sperimentali che esplorano le possibilità timbriche di strumenti antichi, comunità di appassionati che si ritrovano online per condividere registrazioni e tecniche: c'è un interesse nuovo, e spesso genuino, verso questi suoni.
Il rischio, naturalmente, è quello della folklorizzazione. Di trasformare una pratica viva in uno spettacolo, una tradizione in un costume, una comunità in un brand turistico. È una tensione che chi lavora in questo campo conosce bene e affronta ogni giorno.
«Il problema non è che la gente si interessi», dice una ricercatrice di etnomusicologia che da anni documenta le tradizioni musicali dell'Italia meridionale. «Il problema è se quell'interesse rimane in superficie o se va a fondo. Se si ferma all'emozione del momento o se diventa curiosità vera, voglia di capire, di imparare».
Ascoltare diversamente
Forse il modo migliore per avvicinarsi a questi suoni è smettere di ascoltarli come si ascolta la musica normalmente — passivamente, in sottofondo, come colonna sonora della propria giornata — e cominciare a chiedersi cosa raccontano.
Ogni strumento è una finestra su un mondo. La zampogna racconta di pastori e transumanze, di montagne e pianure attraversate a piedi con il gregge. Il tamburello racconta di corpi che ballano per liberarsi, di comunità che affrontano insieme il dolore. La launeddas racconta di un'isola che ha saputo isolarsi dal mondo pur restando al suo centro.
Ascoltare questi suoni significa, in fondo, ascoltare l'Italia in un modo che nessun manuale di storia riesce a restituire. Non come un insieme di date e battaglie, ma come un insieme di voci. Di mani che lavorano il legno. Di piedi che battono il ritmo. Di comunità che trovano nel suono il modo di dire: siamo qui, esistiamo, ricordiamo.